http://www.makepovertyhistory.org Nostalgia N.13

In The Electron We Trust

mercoledì, 17 giugno 2009

Dedicato

Sono a Celle.

È stata una decisione improvvisa, presa in parte per rispettare una promessa fatta, in parte nella mia mania di riempire il tempo fino all'orlo delle mie possibilità, e forse anche un poco di più, per farlo fruttare, sfruttarlo, non perderlo. Per prenderlo.

Come sempre il viaggio mi dà libertà. Oggi sto crescendo e oggi la sensazione è un po’ diversa; ma neanche poi così tanto. Quella gioia, frenesia interiore del rimettere i piedi uno davanti all'altro verso l'ignoto oggi è sopita, perché è uno stacco breve all'interno della stessa tranche di vita. Oggi la sensazione è piuttosto quella di chi ripercorre una strada e rivisita un luogo già conosciuti e misurandosi nuovamente con essi non se ne sente più puramente contenuto, perché è cresciuto dentro, e ora non c'è cosa, non c'è possibilità che qualcosa o qualcuno lo prenda in fallo o impreparato a qualcosa. Perché è padrone di sé. E allora ho capito una cosa, ma te la dirò dopo.

La ragione che mi induce a scriverti è che fin dal mio arrivo ho percepito qualcosa, nell'aria, nella casa, nella luce, qualcosa che mi ha ricordato le nostre estati qui e le nostre estati in Sardegna. Quasi con sorpresa, ora che sono in grado (quasi costretto, se vogliamo) di riempire il mio tempo fino all'orlo, di sfruttare davvero gran parte delle mie risorse, ora che sto crescendo, ricordo quei momenti con felicità pura, momenti luminosi, quasi idilliaci nella loro staticità, come illuminati dalla luce senza fronzoli di un faretto, o di faretti gemelli. Momenti che, ora ti confesso, ho vissuto anche in parte con angoscia sotterranea, momenti in cui non stavo del tutto bene con me stesso e con il contesto, mi ritornano oggi alla memoria limpidi e mondati da queste sensazioni negative, per rimanere unicamente belli, e mi chiedo se in fondo non fosse quello il massimo della felicità cui potessi aspirare in quel periodo. Me lo sono chiesto in effetti solo per un attimo, perché la risposta è netta nella mia mente: no. La mia strada mi portava verso ciò che è successo, a nulla sono valsi, per fortuna, gli sforzi fatti negli anni per forzarne il tragitto, o per fermarmi più a lungo in una tappa. Ed è per questa forzatura che vivevo quei momenti in modo anche negativo, e ti chiedo scusa di questo perché non può che avere influito su di te e su di noi. Consapevole di questo e realmente sorpreso della bellezza dei ricordi – non c'è niente come gli odori per scatenare i ricordi, e quello che sto sentendo è l'odore delle notti al campeggio, il sapone che c'era in casa a Bortigali, il profumo dell'estate cellese, il sapore delle serate al paese delle ortiche, il vento – mi chiedo dunque se dato che il passato è escluso non sia questa una forma possibile di felicità per me oggi o domani. È venuto il momento di dire quanto ho scoperto prima.

Sono cresciuto tanto in questo anno e mezzo, tutte cose che esistevano già in potenza, in gemma o in boccio, se vuoi, in me, e non sono realmente in grado di dire quanto o come e che altri semi sono stati piantati. È che - è perché - non lo so. Lo sento, semplicemente.

E questo correre dietro a me stesso, alla mia vita, mi fa finalmente battere il cuore al ritmo e con la forza giusta. Sento di star lavorando per diventare una persona migliore e per contribuire a migliorare il mondo intorno a me. Mi sento, finalmente, parte del flusso degli eventi, e finalmente ne voglio essere una parte e me ne sento in grado.

Lavoro per l'equilibrio, imparo tante cose e mi sviluppo. Espando il mio essere, la mia influenza. Mi rafforzo.

(Infatti?) pensavo prima, di fronte a un piccolo inconveniente, ed è ciò che ha scatenato l'illuminazione, che tutto ciò che considero ormai dei piccoli intoppi è la soddisfazione e in un certo senso la felicità (la facilità?) con cui ne vengo fuori (di quelli grandi c'è l'eccitazione della sfida).

Sapersi arrangiare sempre. Gestirsi autonomamente (emanazione del primo, anche se sembra il contrario).

E allora è stato chiaro. La felicità è sapersi arrangiare sempre. Perché nessuno ti può più impedire di seguire il tuo cammino, perché in questo modo non hai più limiti: di fronte a una difficoltà ti arrangi e la superi. Non devi per forza sapertela cavare sempre: basta che tu sappia come fare a scoprire come cavartela. Questo è arrangiarsi. Se uno ha questo può dirigere i propri passi nella direzione che vuole. Può tentare tutto. Quindi, più completo: oggi, per me, la felicità è sapermi arrangiare sempre. Mi dà la misura di me stesso, mi mette in correlazione positiva con tutti gli altri , mi fa scoprire il mondo. Forse anche più importante: risveglia in me il senso della poesia, basato sulla percezione dell'armonia e della bellezza, rapportato e quindi in confronto costruttivo e generativo con la mia identità in divenire e con una visione del mondo che riesce a trascendere il momento contingente anche se solo per fornire la consapevolezza che le forme di quel momento preciso non sono le uniche possibili, ma che, proprio grazie alla varietà possibile, tali forme hanno una natura particolare, sono uniche, significano qualcosa, portano un messaggio. In definitiva anche da qui si ritorna infine alla consapevolezza che sono le nostre scelte e quindi il desiderio e la volontà che vi poniamo dentro, che danno significato alla nostra vita.

Quindi, tornando a noi, credo che quei momenti ricordati non potrebbero appartenere neanche al mio oggi, ne sono quasi sicuro, ma sul domani ho solo tracce e speranze e nulla ne posso dire.

 

A questo punto occorre che ti dica perché ho scritto tutto questo. Semplice: un misto tra "mi andava" e "ne avevo bisogno". Noto anche come, nell'ultima parte, il processo maieutico della scrittura mi abbia portato a realizzare cose che prima non mi erano chiare in modo così esplicito. Ecco la mia forma di ascesi.

Però occorre che ti dica perché ho scritto questo a te. Le ragioni sono diverse.

La prima è che ovviamente era per te.

La seconda è che in un certo senso te lo dovevo e che forse, nonostante tutto, non mi ero mai aperto così con te. Avevo paura?

La terza è che voglio che, data per certa la 2, tu possa conoscere queste cose. Per farlo, dato che come al solito per preservare un simulacro di unità del discorso molte cose finiscono nel non detto, ciò che dovrai fare è cercare le implicazioni (e le riflessioni) delle cose, cosa che, per onestà devo dirlo, non sei mai stata brava a fare quanto io speravo (però in più di un'occasione mi hai fatto cambiare quest'idea con quella, di poco diversa, che in realtà sei brava a farlo, ma non usi a fondo questa tua facoltà). Cercale, ce ne sono diverse disseminate qua e là. Un indizio è la quarta ragione, ovverosia il fatto che ti dedico tutto questo anche per quella difficoltà a verbalizzare tutto ciò che ti sta succedendo nell'ultimo periodo, di cui parlavamo nella nostra ultima vera chiacchierata, un paio di settimane fa: infatti spero che tutte queste parole, vero fiume in piena ormai, ti aiutino a chiarirti qualche concetto, qualche punto, qualche idea e che ti aiutino un poco a capire quel bellissimo caos che mi dici essere oggi la tua vita.

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visioni, bellezza, socialità, sogni perduti, dietro agli occhi, memorie perdute, nostalgie di nemorat
lunedì, 01 giugno 2009

Tornano le notti calde

Tornano le notti calde. Si risveglia quella nostalgia particolare, quasi inusitata, ormai, che caratterizza da molto o da sempre queste ore, in cui la città cospira, formicola, pulsa. L’aria, calda dei primi segni dell’estate, è complice e collega tutto. Imbrunisce, il lento crepuscolo che segue i tramonti grandiosi, ma qui in città s’è visto poco dello spettacolo del sole. Qui non conosciamo bene neanche il cielo. Più che altro la luce. Sì, la luce è particolare. E mentre il cielo si fa nero le stelle ammiccano, la luna va, lenta, e tutto è collegato.
Una nostalgia mi prende, e non sa di antico, sa di isolamento e privazione da ciò che ho sempre vissuto come la vita degli altri. La sensazione che come in un abbraccio la vita scorre in mille intrichi freschi e tiepidi così nella città le vite e i destini si incrocino con più chiarezza, più facilità e che tutti siano collegati tra loro. La nitidezza del giorno scompare e la paura e l’estrneità della notte fonda ancora non ci sono, e tutto sembra più facile. Sono notti, queste, che suonano di risa lontane, rumori d’allegria, il sospiro di un’anima che ne scopre un’altra, il fruscio di mille occhi aperti nella notte e non ostili. Sono notti che sanno di sangue caldo nelle vene, di pelle fresca, di tanta attività, di progetti in realizzazione e di grandi sogni da formulare. Sono notti in cui si può sognare di diventare grandi, senza possibilità di sbagliare. È tutto un fermento, nell’aria, e le rondini lo sentono, e gridano, girano, giocano. Sono notti, queste, in cui uno strano fervore potrebbe prendere la gente, e tutto diventa più possibile.
Sono notti in cui desidererei stare con qualcuno, desidererei girare, volare su tutto e vederlo tutto, berlo attraverso l’aria, desidererei essere parte del mondo brulicante e poter condividere con qualcuno il momento. Una sensazione. Le vite degli altri.

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visioni, bellezza, sogni obliati, sogni perduti, memorie perdute
domenica, 10 maggio 2009

Un'idea dilettevole

Ci sono certi luoghi che via via che passa il tempo è più difficile ritrovare. 

Ci sono sogni che è difficile ricordare.

I sentimenti a tempesta di una volta, sono andati perduti, temo, schiacciati sotto il peso di una qualche corazza, ma è divertente pensare di poter essere nuovamente innamorati, è un’idea dilettevole.

Sentire di nuovo di dipendere da qualcuno, sapere che sapere certe cose non farà che farti star male eppure non poter evitare di cercarle a tutti i costi. Aspettare un suo sorriso, o che si resti un attimo a fare due chiacchiere. Vedere, impotenti, l’annientamento della propria persona con semplici piccoli gesti. Vedere impotenti la propria mente, le proprie reazioni de-evolvere verso un livello fondamentalmente più rozzo e goffo, accorgersi della loro inadeguatezza e non poter fare a meno di continuare, una cosa totalmente fuori controllo. Accorgersi dopo minuti di star tentando di restare a galla nella moltitudine di viaggi e seghe mentali e possibilità esplorate per indagare le implicazioni degli eventi e dei suoi gesti, delle sue parole, per prevedere le situazioni possibili, per pre-angosciarsi su quello che probabilmente non sarà mai, per crearsi delle aspettative che ci faranno sperare e morire insieme.

 Il panico della timidezza, i brividi e le paure, la violenza con cui i suoi gesti, le sue parole, i suoi sguardi ti colpiscono, specialmente se sono rivolti altrove, la dipendenza volontaria e cieca ma quasi indispettita, ma soprattutto quel piacere che parte dalla pancia e sale, avvolgendo petto e testa, che ti rimesta dentro, che ti rende felice e ti farebbe piangere, se ne avessi il tempo, che sopraggiunge al pensiero di lei, di un momento felice ancora da venire, un sempre futuro idilliaco istante senza dimensione in cui semplicemente potersi dimenticare nel suo sguardo.

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semplicemente io, bellezza, ho perso la poesia, sogni perduti, memorie perdute, sogni mancati
lunedì, 04 maggio 2009

Cacciatori di paura. Trepidazione

Domani parleremo. Forse. E non so cosa accadrà.
Ci penso da tutto un giorno, mi chiedo come dovrei fare, cosa dovrei fare.
Mi chiedo se sarò capace di reggere il confronto. Spesso ho scelto la via più semplice, che non è quella di scappare, ma di esporre pianamente la verità, dichiararla, metterla in campo, perché la gente è spaventata dalla verità e fugge. Oppure io ero spaventato dalla verità e io ne fuggivo, rifugiandomi in qualche illusione di verità che mi proteggeva allontanando gli altri. Io lei non la voglio allontanare, ma ho paura.
Ho paura.
Ho paura di me stesso, perché non sono pronto, temo, mi vedo con troppi difetti, e purtroppo almeno due di essi sono insormontabili, credo. Ho paura di lei, se così si può dire, perché ha su di me un grande potere emotivo, mi sento tremare dentro, al suo pensiero.
Eppure questo mi piace, apprezzo le emozioni forti, mi sento nel sangue la voglia di alzare la posta, di iniziare a giocare in terreno insicuro, al di là dei miei ormai comprovati limiti. Come quando corro, un passo davanti all’altro, mi voglio avventare verso il futuro in maniera meno avveduta, senza prevedere con la potenza del calcolo e della corazza, ciò che sarà. Al prossimo passo i polmoni potrebbero scoppiare, alla prossima parola con un semplice gesto lei potrebbe distruggermi, e questo rischio mi attira. Cerco la paura.
Domani parleremo e non so cosa dirle, spero che il discorso prenda una certa direzione, al cui solo pensiero mi sto torcendo di dolore viscerale, mangiando le unghie e irrigidendo la schiena. So (quasi) che in quel momento le cose inizieranno a peggiorare, che mi andrà male, però non posso smettere di volere che quel sublime attimo arrivi.
Domani parleremo e ho bisogno d’aiuto. Sono disperato e incoscientemente felice.
Vorrei solo abbracciarla.

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visioni, bellezza, socialità, dietro agli occhi, nostalgie di nemorat

Sorrisi e fiducia - manifesto

Credo di aver letto da qualche parte che la fiducia nel mondo, nei bambini, si forma in un’età ben precisa, cioè quando già riescono a distinguere se stessi dal mondo (e dalla mamma): se questo si presenta loro amichevole, se l’ambiente del bambino è sicuro e la gente buona con lui, allora il bambino sviluppa una maggiore fiducia nel mondo (ovviamente credo si parlasse di propensione di base) rispetto a un altro che ha vissuto in un ambiente meno accogliente.
Ecco, quest’idea che il mio modo di affrontare la vita, di avere fondamentalmente fiducia nelle cose che accadranno (una sorta di fatalismo, se vogliamo) mi derivi dal sorriso di qualche estraneo, be’… la trovo affascinante e un po’ strana.
Che le cose andranno nel modo in cui devono andare è come dire che andranno come andranno. È una sorta di verità tautologica inesistente a priori e autorealizzante. Lì stanno il suo fascino e la sua chiave di lettura: sostanzialmente afferma l’esistenza di un destino, che però non è in contrasto con la convinzione della fondamentale libertà di ogni uomo, in ultima analisi, di decidere secondo e per sé, nonostante le influenze esterne. Afferma però anche che c’è un (per)corso delle cose già fissato (ma non stabilito da qualcuno) , che noi stessi nella nostra particolarità faremo avvenire, che noi stessi decideremo, perché non siamo astratti o esterni a quel meccanismo che lavora per portare l’universo in una posizione di equilibrio. Verso l’equilibrio si va e quindi le cose andranno come devono andare. Se uno non si affanna, la cosa è anche rassicurante.
Il sale, il gusto di tutto questo è proprio che noi non sappiamo come le cose andranno. Ma trovo che ciò non tolga validità o motivazione alla fiducia in ciò che sarà. Anzi, ci dà un’indicazione di fondo: se vorrai cose o eventi che portino verso l’equilibrio (che altro non è che la pace di sé stessi e nei confronti degli altri), allora è più facile che tu veda realizzarsi i tuoi desideri.  Allora il modo migliore di agire è accettare quel che viene. E sorridere al prossimo bambino.

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visioni, saggezza, dietro agli occhi, memorie perdute
domenica, 19 aprile 2009

Tristezza

Cosa resta dei giorni uguali, dei pensieri nella pioggia, delle ore passate al freddo?

Cosa dell’eccellenza solitaria, cosa della raffinatezza non colta, della perfezione infruita?

La nebbia scende sulla città, che si è addormentata, greve, ottusa nella sua egocentricità. La città non ti ascolta. La città trama, tesse, scorre, respira, ma tu per lei non sei nessuno e lei non ti ascolta.

Il mattino promette, il pomeriggio confonde. A chi è ancora vivo, la notte ammicca, ma la sua malizia elegge pochi speciali sopra il gran numero, per qualche improbabile dote che di virtuoso o eccellente non ha parvenza.

Cosa resta del conflitto quotidiano, del formicolare senza scopo, cosa della fatica che si regala agli altri?

Voi fate feste, vi conoscete, sempre in gruppo vi vedo. La vostra gioia, la vostra tristezza, la vostra distrazione sembrano tanto intense, tanto colorate.

Ci sono luci abbaglianti, e colori e giochi, e suoni di campane e campanelle e odori di carne arrosto e un’orgia di sensazioni che vi rendono insensibili a voi stessi e in verità anche agli altri. Cercate lo stordimento come traguardo, incespicate ma avanzando nel buio stesso che vi rende ciechi.

Il vostro è un mondo vuoto, in cui parole come valore e virtù sono perse; parole come onore e rispetto sono incomprese. Ma il vostro mondo vi rende felici, perché siete tutti insieme a soffrire dello stesso male e non ve ne accorgete.

Cosa resta degli sguardi persi, delle parole non dette, delle occasioni perdute?

Cosa resta di quelli di noi che non si esprimono?

Cosa resta di chi non può, non vuole o non sa buttarsi nel vortice che risucchia le vite?

Noi siamo gli esclusi, i senza terra, la gente condannata.

Non c’è appartenenza per noi, ogni illusione è morta o ci fa male: non sappiamo crederci a lungo, riconosciamo la realtà.

I nostri sogni tormentano l’anima, concedendole aspirazioni e miraggi presto disattesi. Noi siamo quelli che il mondo non desidera.

Brevi momenti di dormiveglia turbati, piccole apnee d’attività frenetica per dimenticare noi stessi: sono questi i momenti che ci sono concessi.

Noi siamo quelli che sono e non hanno. Noi siamo, ed è questa una maledizione.

Noi siamo quelli che non possono avere. Siamo quelli prostrati, che sognano il tormento cieco della bassezza del vostro mondo perché logorati dal tormento cosciente del proprio.

Siamo quelli invisibili

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visioni, semplicemente io, ho perso la poesia, socialità, sogni perduti, dietro agli occhi, nostalgie di nemorat, sogni mancati
domenica, 05 aprile 2009

Appendice B/9 : Il guerriero della luce

Ogni guerriero della luce ha avuto paura di affrontare un combattimento.

Ogni guerriero della luce ha tradito e mentito in passato.

Ogni guerriero della luce ha imboccato un cammino che non era il suo.

Ogni guerriero della luce ha sofferto per cose prive di importanza.

Ogni guerriero della luce ha pensato di non essere un guerriero della luce.

Ogni guerriero della luce ha detto "si" quando avrebbe voluto dire "no".

Ogni guerriero della luce ha ferito qualcuno che amava.

Perciò è un guerriero della luce: perché ha passato queste esperienze, e non ha perduto la speranza di essere migliore". 

 

Di tanto in tanto, è deluso. Talvolta, viene ferito
     E allora sente i commenti: "com’è ingenuo!"

 

Un guerriero della luce conosce i propri difetti.

Il suo equipaggiamento è composto da tre cose: fede, speranza e amore. Se sono tutte e tre presenti, egli non esita ad andare avanti.

Il guerriero della luce ha la certezza che il proprio pensiero possa cambiargli la vita.

Inoltre è certo che incontrerà l’amore.

 

Il guerriero della luce crede. Proprio come credono i bambini.

 

Un guerriero non condivide la tenda con chi vuole fargli del male. E tanto meno lo si vede in compagnia di coloro che desiderano solo "consolare"

 

Il guerriero è rimasto addormentato per lungo tempo. È naturale che si risvegli a poco a poco.

     Il guerriero della luce si sta svegliando dal suo sonno.
     Egli pensa: "non so affrontare questa luce, che mi fa crescere".
     La luce, tuttavia, non scompare.
     Il guerriero pensa: " che io non ho voglia di fare".
     La luce è sempre là –.
     Allora gli occhi e il cuore del guerriero cominciano ad abituarsi alla luce.
     Essa non fa più paura. Lui comincia ad accettare la propria Leggenda, anche se questo significa correre dei rischi.

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visioni, virgole, colleganze e memorie, memorie perdute
mercoledì, 18 marzo 2009

Appendice A /9

1

“[…] we believe in DELIVERING you quality, class and above all Revenge. Revenge is the driving force behind everything we do here. It's the continuing theme in all our work, even if you can't see it right away. You made us do this. The blood is on your hands.” Kevin Gillespie

 

2 – (Il nemico occulto)

Gli amici del guerriero della luce gli domandano da dove provenga la sua energia. Egli dice: "dal nemico occulto".
     Gli amici domandano chi sia.
     Il guerriero risponde: "qualcuno che non possiamo ferire".
     Può essere un bambino che ha sconfitto in un litigio d’infanzia, l’innamorata che lo ha lasciato quando aveva undici anni, l’insegnante che lo chiamava asino.
     Il nemico occulto diventa uno stimolo. Quando è stanco, il guerriero si ricorda che lui non ha ancora visto il suo coraggio.
Egli pensa solo a migliorare la propria abilità, affinché le sue imprese facciano il giro del mondo e arrivino alle orecchie di chi lo ha ferito nel passato.
     Il dolore di ieri si è trasformato nella forza di oggi.

L’energia spirituale del Cammino utilizza la giustizia e la pazienza per preparare il tuo spirito.

Saranno necessari dei cambiamenti perché la volontà è una parola piena di trucchi.

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visioni, colleganze e memorie, socialità, memorie perdute, origliate
lunedì, 16 marzo 2009

Avvertenza X/9

Caro lettore, non presumere di capire queste parole, o le loro ragioni, non tentare di farlo. Perché la tua supponenza sarebbe grande - presunzione e tracotanza non ti si addicono – il tuo fallimento completo. L’unica conseguenza sarebbe nefasta per entrambi e per ognuno.

Ti chiedo, invece, di essere umile nelle tue azioni, nei tuoi pensieri.

Di esserlo per te.

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virgole,

Il punto della situazione: guardando avanti 9/9

È passato il momento del dubbio – eppur persiste la dolce resistenza. Nessuna ragione c’è ormai di trattenersi sull’uscio, al bivio, di scegliere la mediazione. La strada si snoda davanti agli occhi, netta.

Ricordando il passato e rifiutando le malignità, le storture e le bassezze, il Cammino può venire percorso con animo nobile, con sincera determinazione, con sguardo lungimirante, solamente da un ardimento carico di fede – nel futuro, nelle proprie capacità, nei propri sogni – da un animo che tutto arde e arde dentro.

Non c’è più spazio per la mediocrità.

Non c’è più tempo da perdere.

Ogni parola torna ad assumere il suo peso, ogni promessa il suo onore, ogni persona il suo valore.

Così, per queste stesse parole, questa è come una dichiarazione di ostilità e una promessa a chi ostacola il Cammino.

 

Non c’è più transigenza o sopportazione per ciò e per chi ostacola il Cammino.

Non c’è più spazio per la mediocrità.

Non c’è più tempo da perdere.

 

Quanto destino c’è in un secondo?

In una persona che si vede un giorno e poi nulla più?

In un passo?

In un ricordo?

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visioni, semplicemente io, dietro agli occhi
venerdì, 13 marzo 2009

Il punto della situazione: caduta e rabbia 8/9

Forse ho dunque cominciato a percepire le emozioni. Tutto comincia con una caduta, si diceva, ma questi eventi non vi turbino giacché è per me che li devo tenere. La caduta è sempre una cosa personale.

Si è svegliato il cuore, forse, e quello che sente è una gran rabbia.

Energia esplosiva.

La caduta è - possiamo considerare – totale. E mi propone un profondo esame di coscienza. Giocoforza tutto è di nuovo in gioco ma (io?) ho deciso di alzare la posta, aggiungere la riserva che trattenevo, la vita – non tutta in un colpo, non sia mai, ma impegnandone ogni singolo evento. Questo porta alla dannazione.

 

La caduta è totale e ogni caduta è l’occasione per un nuovo inizio. Bisogna essere in grado di rialzarsi – energia esplosiva – e più in gamba di chi subito si protende a farti lo sgambetto – alzare la posta – ed essere pronti ad andare avanti mantenendosi giusti – non sprecare le proprie risorse, saper colpire al punto giusto.

 

Rabbia. Che nella sua impotenza si fa totale, cosmica, iperbolica. La brama di distruggere, di far male è giusto dietro l’argine, a stento trattenuta.

Rabbia, dunque, e la sensazione di essere perduti.

Ci si perde rispetto a qualche riferimento. Se dal principio non sai dove sei non puoi perderti. Ci si può perdere proseguendo sempre sulla stessa strada? Ebbene sì, certamente. Succede quando il tuo riferimento si sposta, cambia, e non sai più come raggiungerlo, come orientarti.

Mi sento perduto perché seguo un cammino preciso, quasi illuminato, ma tutti gli altri, tutto il resto, è pervaso da un circa uniforme moto ondoso, costantemente rivolvendo e ruotando attorno a certe aree, senza vero progresso. Viaggio come un fantasma tra gruppi di persone coesi, toccandone appena ciascuna, desiderando di essere notato, di essere come loro. In un tale panorama, ammettendo infine che il nostro mondo è sociale, a che viene cercare il miglioramento personale se questo richiede un eremitaggio mondano e involontario? Non è forse meglio vivere una vita mediocre e anonima ai più, ma in compromesso con il furto di una piccola felicità? Furto perpetrato ai danni di sé stessi.

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martedì, 03 marzo 2009

Il punto della situazione: confusione - Post/9

Ho iniziato a scrivere con un’idea chiara: arrivare a spiegare la situazione attuale, l’emozione di questi giorni, darne una spiegazione e trarre una conclusione. Buffamente ma anche ovviamente quello è stato il primo post che ho scritto, ed è quello che seguirà questo. Mi resi anche conto, però, che avrei dovuto spiegarne le cause, che avrei voluto finalmente raccontare un po’ di cose, spiattellarle come le ho sempre viste io, e in effetti all’inizio era proprio così e mi feci l’illusione che avrei avuto abbastanza capacità per poter considerare le cose da un punto di vista sufficientemente totale da saperle descrivere bene. Non proprio tutte, forse, e non proprio bene, ma che, insomma, mi sarebbe venuto un discorso unitario e coerente.

L’illusione è presto svanita, come si nota dal post sulla bellezza e dall’intermezzo e anche dal post sulla dicotomia (abbastanza confuso e incompleto e poco conseguente) per lasciare il posto alla consapevolezza che la molteplicità umana – “Mi contraddico? ebbene sì, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.” Walt Whitman – non è narrabile se non quando il tempo o la fantasia ne hanno permesso una semplificazione e una dimenticanza abbondanti.

Non tenterò quindi di spiegare gli eventi dell’ultimo anno e mezzo. In fondo essi appartengono solo e soltanto a me. C’è da dire che sono cambiato un poco, meno del necessario e più del sospettato, che tante cose sono successe e che la mia vita è al contempo esattamente uguale (angosciosamente uguale) a quando me ne sono andato e al contempo profondamente diversa.

Sappiate dunque che sentirete una cesura, un’ellissi nel cominciare il prossimo post, ma non posso farci niente, perché non so come introdurlo diversamente. Se vi piace (a me piace), potete pensare che questa serie di post fosse affidata ad altrettante pergamene e che una sia andata perduta.

 

Come (si) comincia un erasmus?

Come (si) finisce un erasmus?

  

E se sei bufalo e scarti, o se sei vagone e  lo tiri davvero quel freno d’emergenza, non è che poi puoi tornare indietro. No, non puoi. Non puoi proprio. E devi essere forte e accettarne le conseguenze. Devi essere forte. Devi essere forte.

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semplicemente io, ho perso la poesia, sogni perduti, dietro agli occhi, nostalgie di nemorat
lunedì, 15 dicembre 2008

Il punto della situazione: il passo; un intermezzo 7/9

Mi è sempre piaciuto andare a piedi. Il passo.

Da piccolo, a tre anni, ero in testa alle spedizioni in montagna. Ho sempre voluto vedere oltre, sapere cosa c’era oltre, andare oltre. Non ho mai perso quello spirito. Perché come si spiega se no che a centinaia di chilometri da casa, in terra straniera, a decine di km dal più vicino punto di riferimento e violando un ordine preciso e specifico mi inoltrai per più di mezzora lungo una strada sconosciuta che portava chissà dove? Era il chissà dove a spingermi. E poi ancora. Il camminare per curiosità, avanzare e andare alla scoperta, facile metafora dell’evoluzione scientifica dell’uomo.

Lo stupore di potersi muovere, arrivare da un posto all’altro con le proprie sole forze, lo stupore di vedere il paesaggio cambiare e quindi, in un certo senso, lo stupore di avere in effetti un qualche contatto con il mondo, un qualche effetto sul mondo. Di poter sostare o andarsene come semplice atto della volontà, messo in atto motoriamente dalle gambe, appendice della volontà, interna all’uno che è il corpo. Il camminare come forma di libertà.

Ogni persona è unica, differenziandosi dagli altri per aspetto, carattere, esperienze, capacità. E come le persone, anche i modi di camminare sono unici. Il passo è espressione della persona, manifestazione visibile e ma poco tangibile (lo è la distanza, o la velocità, ma non il passo in sé) della persona stessa. Il passo come identità e misura dell’uomo.

Un piede davanti all’altro, e poi di nuovo e di nuovo, e di nuovo, una catena, una serie infinita in continuo divenire, che racconta le distanze e il tempo e la perseveranza e la volontà, e la storia di un viaggio a misura d’uomo verso chissà.

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lunedì, 08 dicembre 2008

Il punto della situazione: dicotomia 6/9

Da tanto tempo vedevo quindi ormai una dicotomia netta, in me. E non è che ci fosse tanto scampo, perché prendeva tutto. Tranquilla d’indole, ma irriducibile perché profonda, totale - "dorme quello spirto guerrier ch'entro mi rugge".

Non c’era cosa che risparmiasse, perché era me.

E tranquillo quindi io non potevo stare. Perché se è vero che per la maggior parte del tempo potevo – volevo – dimenticarmene, è anche vero che lo sentivo scavare dentro, fare buco, granello a granello, corrodere le fondamenta.

Due spiriti c’erano e ci sono in me. Una volta li raccontai proprio. Per pagine.

Da una parte c’è il tranquillo. Quello che vuole una vita serena, facile, senza troppe responsabilità o preoccupazioni. Legge, osserva, sogna una serie di romanzi e/o diari fantastici che non riuscirà mai a scrivere. Ha nostalgia di cose mai vissute. Più precisamente tale sentimento nasce dal non poter vivere le cose. Anche se potrebbe. Ha un lavoro fisso e una casa, una città e una lingua, forse una donna e una famiglia, sicuramente la pancetta e poca ambizione. Ama studiare e imparare cose di un mondo che non vedrà mai. È leggero, vola alto con la testa ma è l’unico regno nel quale ha valore ai suoi stessi occhi e agli occhi degli altri. È anche un po’ antipatico.

Dall’altra il viaggiatore. Anche lui legge, ma è una sorta di appendice della sua brama di “finire il mondo”, cioè assorbirlo, vincerlo –

 

- Sai una cosa Dann?, alla fine quando tutto sarà finito non ci sarà nessuno da queste parti che avrà messo insieme tante puttanate come te.

- Non finirà niente, Andersson.

- Oh sì che finirà… e tu te ne starai lì, con una sfilza di errori addosso che nemmeno te l’immagini

[…]- Dico…. Vorrei dirti…. Non smetterla mai […] Tu non sei come gli altri, Dann, tu fai delle cose, tante cose, e ne immagini ancora delle altre ed è come se non ti bastasse una vita sola per farcele stare tutte. Io non so… a me la vita sembrava già così difficile…. Sembrava già un’impresa viverla e basta. Ma tu… tu sembra che devi vincerla, la vita, come se fosse una sfida… sembra che devi stravincerla… una cosa del genere…

 

A. Baricco, Castelli di rabbia, Bur, 1999, Milano, pp. 134-5

 

- conoscere tutto e tutti, capirne il codice e risolverne il rompicapo. Mangia poco, non si cura di sé e degli altri. La sua mente è proiettata in avanti. Ama camminare, sentire fisicamente la strada che scorre all’indietro sotto i suoi piedi; ma ama anche la velocità e l’azione e gli viene il magone e un po’ di claustrofobia a starsene fermo. Desidera sapere cosa c’è oltre “quella curva” o “quell’orizzonte”. È un tipo pratico, si sa adattare, impara in maniera intuitiva e non sopporta chi gli mette i bastoni tra le ruote.

Ovviamente sono descrizioni parziali e confuse, e non spiegano certo tutto, perché certi caratteri dicotomici non gli si possono attribuire. La socialità, per esempio: il contemporaneo desiderio e quasi bisogno di conoscere e stare in mezzo alla gente e di isolarsi in meditazione. O i due tipi completamente diversi di pazienza, di desiderio, di motivazione, di concetto di privazione che coesistono e che non sono attribuibili ai due archetipi.

Ma seppellii, dimenticai tutto ciò, spinto in questo da una piccola felicità che mi abbagliò e, anche se mi sentivo a volte scomodo, mi ci abituai.

E poi, quando credevo di aver dimenticato queste preoccupazioni, questi turbamenti, quando credevo di avere ormai imboccato una delle due strade e che avrei lasciato l’altra per la prossima vita, mi resi conto. Del vagone. Del correre cieco, in trappola, verso e attraverso una vita che non mi apparteneva. E allora, forse unico gesto di tempismo in questa vita, truccai le carte e da treno mi feci bufalo. E scartai.

Me ne andai.

E se sei bufalo e scarti, o se sei vagone e lo tiri davvero, quel freno d’emergenza, non è che poi puoi tornare indietro. No, non puoi. Non puoi proprio. E devi essere forte e accettarne le conseguenze.

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domenica, 30 novembre 2008

Il punto della situazione: comprensione e bellezza 5/9

Capii, con molto sforzo, che è la ricerca estetica che mi guida. O meglio, una ricerca estetica che, in sé, contiene la ricerca estetica.

Mi guida cioè una ricerca totale che, come anche per la matematica, spesso trova le sue soluzioni, o meglio i suoi passi in avanti in fattori che sono anche semplici e belli.

Non so dire esattamente che cosa cerco. In un certo senso cerco la soluzione di tutto questo. La chiave di comprensione. In questo sistema-mondo cerco la conoscenza che, come succede per gli schemi o i giochi o i trucchi che poi si capiscono, permetta di capirne, forse prevederne, gli eventi e l’andamento. Cerco, insomma, di decifrare il codice con cui è cifrato il mondo, cerco la comprensione.

E sono convinto che un gran ruolo sia giocato dalla bellezza, in tutto questo, sia come caratteristica che come passaggio necessario alla comprensione che, in certa misura, come oggetto finale di una ricerca possibile, cioè che ha senso fare.

E quindi la ricerca della bellezza è compresa e parte principe della mia ricerca. Che altro non è il senso della mia vita. Quindi, tra le altre cose, esisto per cercare la bellezza.

Ma la bellezza non si cattura, non si fotografa, non si coglie, e non si lascia definire, perché la bellezza è cangiante, gioca, è, sfuggente, si nasconde in ogni angolo e bisogna stare bene attenti per scorgerla qualche volta. Non corrisponde a nessun criterio impersonale né a nessuna convenzione (ma questo non si può dire per i nostri occhi).

Semplicemente si manifesta, quando lo decide, ai suoi cercatori. E così ti trovi lì, che stai facendo qualcosa, proprio qualcosa di preciso e con tutt’altro in testa e poi tac, d’improvviso eccola, sola, semplice, ineffabile, che spazza via tutto come un niente e ti lascia a osservar e pensar di niente con la consapevolezza che è tutto e che non esiste cosa più importante al mondo e che, se potessi morire in un attimo così, la tua vita, tutta la tua vita, tutte le sofferenze, tutti i giorni passati a stancarsi per la causa di qualcun altro (e per causa di qualcun altro), tutte le distanze percorse, tutte le vergogne, tutti i rimorsi, tutti i ricordi e i pensieri, tutto, tutto ha avuto un senso, per arrivare a quell’unico attimo in cui essere finalmente felice di rendere la pellaccia guardando in faccia l’infinito e la meraviglia.

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domenica, 16 novembre 2008

Il punto della situazione: (s)vivere 4/9

E allora non puoi che tirare il freno d’emergenza o accettare.

Perché quando lo capisci, che sei in trappola, quando ti vedi lì, e nessuna via d’uscita, e sai che la tua vita si sta precipitando come un vagone impazzito in avanti alla cieca, dritta sui suoi binari, niente possibilità di sgarrare, -

 

Tra bufalo e locomotiva

La differenza salta agli occhi

La locomotiva ha la strada segnata

Il bufalo può scartare di lato e cadere

De Gregori, Bufalo Bill

 

- di ripensarci, neanche per un attimo, niente possibilità per te di cambiare strada, allora la tua vita smette di avere senso.

Vivere una vita senza controllo. In cui ciò che hai lo hai perché è normale. In cui ciò che hai è solo normale.

Vivere una vita senza volerla. In cui non hai veramente voluto le cose. Sono capitate. Sono arrivate, alcune sono passate e altre rimaste. E magari quando c’erano le desideravi anche, ma se non ci fossero state sarebbe stato uguale. Non avresti comunque lottato per qualcosa.

Vivere una vita senza significato. Ci sono tanti significati, tanti obiettivi, tante piccole felicità, forse (probabilmente), in una vita così, ma tu, tu non le hai mai dato un significato. Non sai perché sei al mondo. Sai chi sei in relazione agli altri, ma non sai qual è il tuo posto nel gran disegno delle cose. Non sai chi sei.

Ha senso?

Il tempo passa e passa e passa, e tu sei occupato a far le cose che devi fare, sei occupato a tentare di passarlo decorosamente questo tempo, senza far male agli altri, senza soffrire tu. E poi ti ritrovi alla fine del binario e, semplicemente, in un ultimo guizzo di lucidità, ti accorgi di non aver vissuto. Di aver fatto/lasciato passare il tempo. E quello, paziente, ti è rimasto nelle mani tutta la vita, scorrendone via granello a granello, sabbia fine di una clessidra che non è mai impazzita.

E in quell’ultimo granello te ne accorgi. Proprio nell’ultimo. Ché anche se non ti capita nell’ultimo lo stesso tutto il tuo tempo è passato, perché non puoi più cambiare.

Proprio nell’ultimo.

E allora vai al creatore con il pensiero di voler truccare le carte, ma, educato da un’intera vita, non c’è forza, non c’è volontà neanche in quell’ultimo pensiero.

E allora, se non c’è altro modo, bisogna deragliare.

E non puoi che tirare il freno d’emergenza.

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martedì, 11 novembre 2008

Il punto della situazione: treno e vetro 3/9

Erano i momenti della bolla, in cui vivevo isolato dal mondo e anche da me stesso. Le cose andavano sempre meglio, materialmente e spiritualmente e crescevo e mi facevo più forte e convinto e già vedevo gente più inesperta di me e tuttavia mai più meravigliata di come lo ero stato in principio. Forse l’incomunicabilità.

E leggevo e studiavo, e ridevo, e giocavo e uscivo e stavo con una ragazza e tutto andava avanti mirabilmente, solo che andava avanti senza di me, io c’ero, ma attore solo in parte, non ero necessario all’avanzare del tutto, come quando sei sul treno e certo, il tuo peso e i tuoi soldi aiutano il treno ad andare avanti, ma non è che sei proprio necessario.

E così stavo io, come su un treno, cercando di conciliare la sobria calma, la beata inerzia dentro il vagone con l’avvicendarsi delle immagini fuori, troppo brevi, troppo astratte e lontane perché potessero lasciare qualche impronta se non nel ricordo del già passato.

Perché non le avevo chieste io, non le avevo volute io, non me le ero sudate io, tutte quelle cose, erano fortuite, perché quando prendi il treno non pensi al paesaggio, ma a dove ti porta (o a cosa stai lasciando, che è lo stesso), perché puoi viaggiare tutto il tempo guardando nel vagone, senza mai buttare l’occhio fuori, e lui i chilometri li macina lo stesso, e non c’è niente, se non un personale gusto estetico, a farti preferire il dentro o il fuori, perché quando vai in treno c’è un vetro tra te e il mondo -

 

“ogni tanto penso che tutta questa storia del vetro…, del Crystal Palace e di tutti quei miei progetti… vede, ogni tanto penso che solo un uomo spaventato come me poteva farsi venire una mania del genere. Sotto sotto non c’è altro… paura, solo paura… Lo capisce?, è la magia del vetro… proteggere senza imprigionare… stare in un posto e poter vedere ovunque, avere un tetto e vedere il cielo… sentirsi dentro e fuori, contemporaneamente… un’astuzia, nient’altro che un’astuzia… se lei vuole una cosa e però ne ha paura non ha che da mettere un vetro in mezzo… tra lei e quella cosa” A. Baricco, Castelli di rabbia, Bur, 1999, Milano, pp. 156-7

 

- perché ero (sono) forse segnato da quella nascita tardiva e non ho quindi mai cercato ciò che cercano gli altri, perché ho sempre cercato ciò che cercano gli altri senza assimilare le dogmatiche regole (leggi, dettami, pratiche, e normative), perché non vedevo il mio posto in tutta quella serie di immagini fuori di lì, perché non ho mai saputo (di) farne parte, né avuto coscienza di un ruolo fisso nelle cose, perché quando viaggi in treno puoi essere a tuo agio, ma non sei arrivato, non sei a casa e non hai cercato il paesaggio giusto, solo che te ne sono venuti tanti incontro, perché anche quando ti fermi un po’, non lo smetti mai il viaggio, sei sempre solo in visita, sempre ospitato - non sono a casa da anni, e questo nessuno lo ha mai capito, perché la gente ha la presunzione di capire il mondo proiettandovi sopra quello che crede di sapere di sé, dandogli un nome e infine smettendo di guardarlo, quel mondo, perché se non si sta attenti si guarda solo se stessi nel vagone e nel finestrino, perché lui ti riflette e se non stai attento scambi il tuo riflesso per il mondo e lo perdi di vista - il mondo - e non sai che sei su un treno e stai andando da qualche parte e credi di essere a casa perché vedi nel riflesso il tuo posto in quello che credi il mondo e poi è solo il vagone, perché poi ti accorgi che ti sei ingabbiato in un vagone che viaggia cieco e quello è diventato il tuo mondo e non hai alcun controllo, perché è successo.

 

E allora non puoi che tirare il freno d’emergenza o accettare.

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martedì, 04 novembre 2008

Il punto della situazione: scrittura e leggerezza 2/9

Mi concepii come sempre avviene il concepimento, con un collegamento, un patto e una comunione.

Mi venne data la capacità vocale. La voce ancora no, in fondo bisognava imparare a usarla.

Poi scrissi ancora, sulla carta.

Riconoscimenti che nel fondo sapevo di meritare e di non meritare allo stesso tempo. Era – prima età dell’oro -  il tempo dell’espressione, del primo vagito, dei primi esperimenti. Più che di scrittura erano esperimenti d’essenza. Potevo essere chi ero? Potevo esistere?

Eventi eccezionali suggellarono la mia nuova vita, quell’estate, eventi che mi segnarono e fecero girare il sangue nelle vene, che mi diedero una motivazione perenne.

Lo spirito di quel sogno, che a lungo sopravvisse in me (alla sua incarnazione fuori di me) guidandomi, resta dormiente in qualche angolo dimenticato. Pronto a sconvolgermi di nuovo.

Nacquero il giglio e la nostalgia.

Ma già ero leggero, tanto leggero e fu per tanto tempo che rimasi insostenibilmente leggero, e parlavo poco e scrivevo tanto. Come acqua fresca sulla roccia le cose mi scivolavano addosso e vivevo una quotidianità strana, per metà composta di cose che succedevano e che decidevo – decidevo? – al di là della mia volontà e per metà di parole e discorsi, che diventarono poi, con un poco di disciplina e sistematizzazione, la base di una filosofia personale. Inventai una filosofia senza sapere come si inventa una filosofia. Nata dal contrasto, dal dialogo, dal sentimento di ciò che è giusto (perché ha senso), dal confronto, essa si rivela forte e resistente.

 

Ma, inconsapevolmente preso in questa rete, anche le emozioni mi scivolavano addosso, e gli eventi, e imparavo solo dai libri e dalla corrispondenza. In effetti non ricordo, prima che ne diventassi consapevole, un solo evento importante o un’emozione che abbia scosso la mia vita (escludendo ciò che ho raccontato).

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venerdì, 31 ottobre 2008

Il punto della situazione: socialmente, nascere 1/9

Socialmente non ho vissuto una vita normale.

Si può dire che abbia iniziato a esistere socialmente a 16 anni. Prima non mi interessava, semplicemente.

I contatti sociali erano qualcosa che succedeva, intervenienti, occasionali, quasi coincidenze.

E così ai 17 – eh, perché del tempo ci vuole, a nascere –  stavo lì a guardarmi intorno, con occhi stupefatti. Tutto era nuovo.

 

Angolo di chiacchiera sulle scale, rumoracci di discoteca, dettagli di due dita (altrui) intorno a una sigaretta e intenzioni e occhi e voci, ragazze, feste, sensi sottintesi incerti (loro stessi), il freddo del dormire davanti al fuoco, regali; e chat e Amsterdam e francesi sul tram e carte in terra e luci bruciate, piccoli pezzi di fogli stracciati, forcine, note musicali, carte da gioco e quattro di picche, palline da giocoliere,  una notte di temporale con altri due occhi accanto ai miei…

E poi la città, grande, mostro sconosciuto, dalle mille vene e strade, tutte dritte e tutte sconosciute, le case sparse, la sensazione (o il sentimento, o il senso?) di una distanza troppo grande tra casa e casa, tra persona e persona, ma il calore di trovarsi insieme, l’imbarazzo, la vergogna, la paura.

 

Sperimentare la mia dimensione sociale ebbe due effetti grandi.

Guardavo (trangugiavo) le persone intorno, ogni minimo oggetto, momento, sfumatura, gesto, azione con uno stupore vicino al disorientamento, un poco maggiore a quello con cui la gente si chiedeva su che pianeta vivessi. Imparavo, come da allora non ho mai smesso di voler fare. Trovava spazio e dimensione la brama. Vivere. Anzi, no, perché non osavo tanto, né osavo chiedere tanto. Veder vivere mi bastava, ero pago della semplice osservazione e del riconoscimento che mi tributavano come essere esistente. Né volevo di più, tra lo spaventato e il non del tutto convinto. Osservare era la mia dimensione. Il palco agli altri. A parte alcuni momenti confusi che non capivo bene io stesso, in cui questo perdeva senso, in cui fondamentalmente non osavo né sperare né censurare i desideri, le nostalgie, gli struggimenti e perciò neanche pensarli.

Poi arrivarono anche altri eventi, altre azioni, le mie prime, una scrittura. Ecco, sono nato scrivendo.

Scrivendo nell’aria e nella sabbia e nel sole e nell’acqua durante un perielio. Era il 2001.

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venerdì, 17 ottobre 2008

Il punto della situazione

Sono (tornato, a tutti gli) effetti.

La vita di qui è ripresa, guardando pigramente e con aria sorniona ciò che è successo nell'ultimo anno come solamente un sogno strambo e forse un po' molesto. Non la penso così anche io. Ma tant'è... qui stiamo e qui dobbiamo vivere. Il che, in seguito al realizzare che qualcosa devo fare della mia vita - non posso continuare a fantasticare, filosofare, supporre, pensare a: i prossimi eventi – mi sta un po’ mettendo nella situazione di vedere dove, a che punto sto…

Il risultato, e gli eventi di questi giorni non sono per niente incoraggianti: sono qui, da solo, senza poter dare esami, senza lavoro, senza esperienze, figlio, per quelli che ci credono e per quelli che no, dell’epoca postmoderna.

In questi anni passati a guardare l’aria intorno a me ho assunto un atteggiamento positivo e imparato che una situazione molesta (forse gravosa) è comunque un punto d’inizio buono quanto gli altri; specie se non ci sono riserve sull’impegno da mettere nell’impresa. Del resto sono da ormai tanto tempo convinto che tutto nasce con una caduta.

Tutto comincia con una caduta.

 

(piccola nota a parte: oggi in ambulatorio un vecchio mi ha ringraziato perché ho donato il sangue. Mi ha fatto più piacere di quanto avrei immaginato.)

 

È ora di fare qualcosa.

Sussurri diffusi da nemorat alle 12:46 | link | commenti | (pop up) commenti
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